Raccontare l'arte

Il quarto stato, il dipinto simbolo dei lavoratori e oggi della voglia di ripartire

Simbolo delle lotte operaie, Il quarto stato di Pellizza da Volpedo continua a toccarci nel profondo. In quegli sguardi tenaci, si riflette la nostra voglia di tornare al lavoro
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Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo è diventato un vero e proprio simbolo delle lotte operaie del XX secolo. Ancora oggi, la forza dirompente del suo messaggio continua a toccarci nel profondo. In quegli sguardi tenaci e pieni di orgoglio, si riflette, infatti, la nostra voglia di tornare al lavoro, di mettere in campo le nostre capacità e i nostri talenti, per riprenderci un’Italia ferita dal virus. Un’Italia che ha bisogno di noi, del nostro sguardo fiero e del nostro lavoro. 

Il quarto stato, l’opera-simbolo dei lavoratori

Il quarto stato raffigura un gruppo di braccianti che marcia in segno di protesta in una piazza, forse quella Malaspina di Volpedo. L’avanzare del corteo non è violento, bensì lento e sicuro. In primo piano, davanti alla folla, campeggiano tre figure, due uomini e una donna con un bambino in braccio. La donna, per cui Pellizza si ispira alla moglie Teresa, è a piedi nudi, invitando con un gesto i manifestanti a seguirla. Alla sua destra procede un “uomo sui 35, fiero, intelligente, lavoratore”, come lo definì Pellizza. Procede con disinvoltura, tenendo una mano in tasca e reggendo la giacca sulla spalla con l’altra. Alla sua destra vi è un altro uomo che avanza silenzioso e immerso nei suoi pensieri, con la giacca fatta cadere sulla spalla sinistra. Dietro di loro, ecco che avanza una massa di popolo, di lavoratori della terra, “i quali intelligenti, forti, robusti, uniti s’avanzano come fiumana travolgente ogni ostacolo che si frappone per raggiungere luogo ov’ella trova equilibrio”.

La fortuna dell’opera

Dipinto da Giuseppe Pellizza da Volpedo nel 1901, il Quarto Stato era inizialmente intitolato “Il cammino dei lavoratori”. L’opera, divenuta manifesto della lotta operaia, si colloca nello spartiacque fra verismo e simbolismo. All’epoca non ebbe particolare successo. Fu, infatti, acquistata dal Comune di Milano nel 1920, ma esposta a Palazzo Marino soltanto nel 1954. Qui subì dei danneggiamenti dovuti al fumo, a causa dei quali venne richiesto un restauro. Successivamente fu esposto in varie città del mondo come Washington e Roma. Negli anni Ottanta trovò, infine, la sua collocazione fissa a Milano prima alla Galleria d’Arte Moderna e poi al Museo del Novecento. 

 

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