La citazione del giorno

“Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale…” di Leopardi

Giacomo Leopardi moriva a Napoli il 14 giugno del 1837. Da quel giorno, sono passati quasi 200 anni, ma la sua poesia continua a toccare le corde più profonde dei nostri cuori
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Il poeta Giacomo Leopardi moriva a Napoli il 14 giugno del 1837. Da quel giorno di fine primavera a oggi sono passati quasi 200 anni, ma la forza della sua poesia non si è mai indebolita e continua a toccare le corde più profonde dei nostri cuori. Amato da generazioni di studenti, Leopardi ha fatto breccia nel cuore di giovani e adulti, grazie alla sua capacità straordinaria di parlare della vita, delle inquietudini dell’animo, di cogliere gli aspetti più reconditi della realtà. Noi lo ricordiamo oggi, nell’anniversario della sua nascita, con uno degli incipit più famosi della letteratura mondiale. Stiamo parlando dei primi versi della lirica “A Silvia”, il canto d’amore che  Leopardi rivolge a Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi. Composta tra il 19 e il 20 aprile del 1828, la poesia “A Silvia” parla della distruzione delle speranze e delle illusioni giovanili.

Chi era Silvia

Silvia aveva 16 anni,  quando morì. Silvia, che in realtà sarebbe lo pseudonimo  di Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di casa Leopardi, che morì nel 1818 per tisi polmonare. Non sappiamo se Giacomo fosse innamorato di Teresa, ma dai versi che le dedica sembra proprio che fosse così. Lei popolana, lui nobile; lei spensierata e semplice, lui sempre chino sui libri, nella sua biblioteca. Ma ad accomunarli la stessa esuberanza e la stessa identica voglia di vivere e di felicità. Felicità spezzata dalla morte prematura di Silvia, che a soli 16 anni abbandona il mondo terrestre, diventando uno degli emblemi della sofferenza che costella la poetica leopardiana. 

La poesia

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare 5
Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta 10
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri 15
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D’in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce, 20
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte. 25
Lingua mortal non dice
Quel ch’io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia 30
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura. 35
O natura, o natura,
Perchè non rendi poi
Quel che prometti allor? perchè di tanto
Inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno, 40
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome, 45
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Nè teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d’amore.

Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei 50
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell’età mia nova,
Mia lacrimata speme! 55
Questo è quel mondo? questi
I diletti, l’amor, l’opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero 60
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.

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