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William Shakespeare, le poesie più famose

William Shakespeare, le poesie più famose

William Shakespeare è stato reso immortale dal suo incalcolabile apporto dato alla drammaturgia mondiale. Le sue opere teatrali…

MILANO – Il bardo William Shakespeare è stato reso immortale dal suo incalcolabile apporto dato alla drammaturgia mondiale. Le sue opere teatrali più importanti vanno in scena ancor oggi, acclamate dal pubblico per lo spessore poetico e la profondità dei personaggi, estremamente moderni. Ma Shakespeare è stato anche un acclamatissimo scrittore di sonetti e celebri sono i suoi componimenti poetici. Nell’nniversario della sua nascita e scomparsa, abbiamo deciso di proporvi i più importanti.

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Sonetto 18

Dovrei paragonarti ad un giorno d’estate?

Tu sei ben più raggiante e mite:

venti furiosi scuotono le tenere gemme di maggio

e il corso dell’estate ha vita troppo breve:

 

talvolta troppo cocente splende l’occhio del cielo

e spesso il suo volto d’oro si rabbuia

e ogni bello talvolta da beltà si stacca,

spoglio dal caso o dal mutevol corso di natura.

 

Ma la tua eterna estate non dovrà sfiorire

né perdere possesso del bello che tu hai;

né morte vantarsi che vaghi nella sua ombra,

perché al tempo contrasterai la tua eternità:

 

finché ci sarà un respiro od occhi per vedere

questi versi avranno luce e ti daranno vita.

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Sonetto 116

Non sia mai ch’io ponga impedimenti

all’unione di anime fedeli; Amore non è Amore

se muta quando scopre un mutamento

o tende a svanire quando l’altro s’allontana.

 

Oh no! Amore è un faro sempre fisso

che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;

è la stella-guida di ogni sperduta barca,

il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza.

 

Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote

dovran cadere sotto la sua curva lama;

Amore non muta in poche ore o settimane,

ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio:

 

se questo è errore e mi sarà provato,

io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.

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Sonetto 66

Stanco di tutto questo, morte quieta imploro,

se vedo il pregio onesto nato senza decoro,

e felice e agghindata l’insulsa nullità,

E la fede più pura subire slealtà,

 

E l’onore dorato agli infami spacciato,

E la pura virtù trascinata a puttana,

e ciò ch’è fatto bene subire la buriana,

E la forza svilita da una storpia potenza,

 

E l’arte resa muta da chi tiene licenza

E la dotta follia mettere sotto il genio,

E l’evidenza immota spacciata per idiota,

E il bene incarcerato dal male suo capestro.

 

Stanco di tutto questo, vorrei da questo andare

Se, morto,  non dovessi il mio amore lasciare.

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Sonetto 29

Talora, venuto in odio alla Fortuna e agli uomini,

io piango solitario sul mio triste abbandono,

e turbo il cielo sordo con le mie grida inani,

e contemplo me stesso, e maledico la sorte,

 

agognandomi simile a tale più ricco di speranze,

di più belle fattezze, di numerosi amici,

invidiando l’ingegno di questi, il potere di un altro,

di quel che meglio è mio maggiormente scontento;

 

di quel che più amo maggiormente scontento

ma ecco che in tali pensieri, quasi spregiando me stesso, hai detto

la tua immagine appare, e allora muto stato,

e quale lodola, al romper del giorno, si innalza

dalla terra cupa, lancio inni alle soglie del cielo:

 

poiché il ricordo del dolce tuo amore porta seco

tali ricchezze, che non vorrei scambiarle con un regno.

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Sonetto 130

Gli occhi della mia donna non sono come il sole;

il corallo è molto più rosso delle sue labbra:

se la neve è bianca, allora perché i suoi seni sono grigi?

Se i capelli devono essere filamenti, fili neri crescono sulla sua testa

 

Ho visto rose variegate, rosse e bianche,

ma non ho visto alcuna rosa sulle sue guance;

e c’è più delizia in altri profumi

che nell’alito che il mio amore esala.

 

mi piace sentirla parlare, perché so

che la sua voce, per me, è come musica;

quando la vidi non mi sembrò una dea:

la mia donna, quando cammina, non ha grazia.

 

E nonostante ciò, il mio amore è cosi raro

come se lei fosse stata elogiata da falsi paragoni.

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Sonetto 47

I miei occhi e il cuore son venuti a patti

ed or ciascuno all’altro il suo ben riversa:

se i miei occhi son desiosi di uno sguardo,

o il cuore innamorato si distrugge di sospiri,

 

gli occhi allor festeggian l’effigie del mio amore

e al fantastico banchetto invitano il mio cuore;

un’altra volta gli occhi son ospiti del cuore

che a lor partecipa il suo pensier d’amore.

 

Così, per la tua immagine o per il mio amore,

anche se lontano sei sempre in me presente;

perché non puoi andare oltre i miei pensieri

e sempre io son con loro ed essi son con te;

 

o se essi dormono, in me la tua visione

desta il cuore mio a delizia sua e degli occhi.

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William Shakespeare, le poesie più famose ultima modifica: 2018-04-23T10:02:52+00:00 da Salvatore Galeone

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