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Vajont. Cinquantaquattro anni dopo, i libri per non dimenticare

Vajont. Cinquantaquattro anni dopo, i libri per non dimenticare

Cinquantaquattro anni esatti fa, il 9 ottobre 1963, occorse il colossale disastro che travolse la Valle del Vajont provocando 1918 morti…

MILANO – Cinquantaquattro anni esatti fa, il 9 ottobre 1963, occorse il colossale disastro che travolse la Valle del Vajont provocando 1918 morti. Alle 22.39, una frana staccatasi dal versante settentrionale del monte Toc, tra la provincia veneta di Belluno e quella friulana di Udine, e crollata nel neo-bacino idroelettrico sottostante, creato grazie alla diga del Vajont, provocò un’inondazione che distrusse tutto il fondovalle con i suoi abitati, tra cui il paese di Longarone. Per collaudare l’impianto l’ente gestore volle innalzare il livello delle acque del lago artificiale al di sopra dei 700 metri: questo, insieme alle forti precipitazioni e a errori umani nella gestione dei possibili pericoli, causò il crollo della parete rocciosa e la fuoriuscita delle acque dal bacino.
MARIO PASSI E IL PRIMO LIBRO SUL VAJONT – Vogliamo ricordare le vittime del Vajont attraverso il racconto dei libri che hanno voluto affrontare l’argomento e indagare le responsabilità dell’accaduto, a partire da “Morire sul Vajont” (Marsilio) di Mario Passi, giornalista de l’Unità. Il libro di Passi, pubblicato nel 1968, è il primo dedicato a questo immane dramma e ricostruisce l’accaduto basandosi sui documenti dell’istruttoria, alla vigilia del Processo di Primo Grado apertosi quell’anno a L’Aquila. Il giornalista torna sul tema con un altro testo fondamentale, “Vajont senza fine” (Baldini Castoldi Dalai), pubblicato nel 2003, per il quale l’attore, regista e drammaturgo Marco Paolini, che ne firma la prefazione, ha scritto delle singolari “istruzioni per l’uso”. “Pochi istanti. E duemila persone morirono in una guerra che non seppero di avere combattuta”. Così si conclude questo libro, che Paolini definisce “una sorta di diario”. Un testimone che l’ha vissuta e ne è stato intimamente segnato, torna a raccontare la storia dell’esclusione di intere popolazioni da scelte che mettevano in gioco la loro vita. La costruzione di una diga, un bacino idroelettrico, una frana gigantesca che si apre sul fianco della montagna. E la decisione di correre un rischio calcolato, di andare avanti comunque: fino al disastro del 9 ottobre 1963. Con la complicità – denuncia Passi – degli apparati statali, di una scienza asservita, del potere politico, nel silenzio degli organi di informazione. Una macchina che ancora oggi sostiene la tesi della fatalità, dell’imprevedibilità, e nega ogni colpa.
L’ORAZIONE CIVILE DI MARCO PAOLINI – Proprio Paolini, nato a Belluno, si è fatto cantore di questa tragedia in teatro. Insieme a Gabriele Vacis, l’attore ha scritto il monologo “Vajont, 9 ottobre 1963. Orazione civile”, andato in diretta su Rai 2 con titolo “Il racconto del Vajont” il 9 ottobre 1997, in occasione del 35simo anniversario dall’accaduto. L’opera teatrale è pubblicata in volume da Garzanti, libro frutto di un’esperienza che ha già coinvolto migliaia di persone in tutta Italia. La nuova edizione, uscita il 12 settembre di quest’anno in occasione del cinquantesimo, è arricchita da due saggi inediti: “Il Vajont e L’Aquila, due tragedie parallele” di Marco Paolini e “Il racconto e la consapevolezza del tempo” di Gabriele Vacis.
LA TESTIMONIANZA DI TINA MERLIN – Un’altra testimonianza da cui non si può prescindere è quella di Tina Merlin, anche lei giornalista de l’Unità, autrice del libro-reportage “Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe” (Cierre), uscito nel 1983. Tina Merlin è oggi conosciuta come “Quella del Vajont” – così recita il titolo del libro di Adriana Lotto a lei dedicato, edito da Cierre – per aver raccontato, con rabbia e indignazione, la storia di quella gente dal destino segnato.
IL RACCONTO DI MAURO CORONA – Di questa triste storia si è occupato anche Mauro Corona nel libro “Vajont: quelli del dopo” (Mondadori), del 2006. Anche se i fatti di quella terribile notte diventano sempre più lontani, quel passato resta inciso sulla pelle di chi l’ha vissuto, come lo scrittore-alpinista di Erto e come i personaggi di questo testo inedito. All’osteria del Gallo Cedrone sei uomini si ritrovano a discutere fuori dai denti, tra un bicchiere di vino e l’altro, sulle responsabilità della tragedia; sul dopo Vajont, su chi ci ha guadagnato e chi ci ha perso. Dalle loro parole ruvide e coinvolte emergono accuse, notizie, fatti.
IL RACCONTO DEL GEOLOGO CHE PREVIDE LA TRAGEDIA – Chi voglia documentarsi a fondo su quanto accadde la sera di cinquant’anni fa non può tralasciare di leggere “La storia del Vajont” (K-Flash) di Edoardo Semenza, pubblicato per la prima volta nel 2001 poco prima della sua morte. Edoardo Semenza è il geologo che ha scoperto la frana del Vajont nell’agosto 1959, più di quattro anni prima che scivolasse provocando l’immane tragedia, ipotizzando che potesse muoversi nuovamente col riempimento del lago, ed è figlio del progettista della diga, Carlo Semenza. In questo libro l’autore ha voluto esporre, con un linguaggio adatto a tutti e con numerosissime immagini, tutti i suoi ricordi, gli studi scientifici e le riflessioni che ha maturato da allora. Il volume contiene anche un ampio commento ai testi di Tina Merlin e Marco Paolini e al film di Renzo Martinelli del 2001, “Vajont – La diga del disonore”, che ha tra i suoi interpreti Mauro Corona, Daniel Auteuil e Leo Gullotta. Alla stesura dell’opera hanno collaborato anche i figli Pietro e Michele Semenza. A cura di Giovanni Masé, Michele Semenza, Paolo Semenza, Pietro Semenza e Maria Chiara Turrini è anche uscito nel 2004 il volume “Le foto della frana del Vajont”, completo di cd-rom. Da questo libro sono tratti gli scatti della mostra fotografica itinerante “La storia del Vaiont”, curata dai figli di Edoardo Semenza insieme a Giovanni Masé, Monica Ghirotti e Francesco M. Guadagno, organizzata per i cinquant’anni dalla tragedia. A partire da febbraio l’esposizione è stata ospitata dalle più importanti università italiane ed è oggi visitabile all’Università degli Studi di Padova. Da qui partirà per Bologna e poi Ferrara.
ALTRI TITOLI – Per approfondire la vicenda giudiziaria si può leggere “Vajont, Stava, Agent Orange. Il costo di scelte irresponsabili” (Cedam) di  Nicola Walter Palmieri, in cui l’autore analizza tre casi di disastri ambientali e critica le sentenze riguardanti il caso del Vajont. Per chi voglia documentarsi sulla Sade (Società Adriatica Di Elettricità), proprietaria della diga, sul suo sistema idroelettrico e sulla costruzione dell’opera c’è il volume “Il Grande Vajont” (Cierre), curato da Maurizio Reberschake contente saggi di saggi di Maurizio Reberschak, Ivo Mattozzi, Mario Isnenghi, Mario Fabbri, Ferruccio Vendramini e Fiorello Zangrando. Maurizio Reberschak e Ivo Mattozzi sono anche autori de “Il Vajont dopo il Vajont” (Marsilio), del 2009, dove si ripercorre quanto accaduto dopo il disastro – i progetti di ricostruzione, i processi civili e penali, il lento recupero di una memoria, di tante memorie, inizialmente estromesse in nome di una rottura con il passato.

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Vajont. Cinquantaquattro anni dopo, i libri per non dimenticare ultima modifica: 2017-10-09T10:00:50+00:00 da Salvatore Galeone

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