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Pier Paolo Pasolini, le sue poesie più belle

Pier Paolo Pasolini, le sue poesie più belle

Pier Paolo Pasolini è considerato uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani del XX secolo. Nell’anniversario della sua scomparsa, ecco a voi le sue poesie più belle …

MILANO – Pier Paolo Pasolini, poeta, giornalista, regista, sceneggiatore, attore, paroliere e scrittore italiano, è considerato uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani del XX secolo. Nel giorno dell’anniversario della sua scomparsa, lo ricordiamo con le sue poesie più amate.

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Verso le Terme di Caracalla

Vanno verso le Terme di Caracalla

giovani amici, a cavalcioni

di Rumi o Ducati, con maschile

pudore e maschile impudicizia,

nelle pieghe calde dei calzoni

nascondendo indifferenti, o scoprendo,

il segreto delle loro erezioni…

Con la testa ondulata, il giovanile

colore dei maglioni, essi fendono

la notte, in un carosello

sconclusionato, invadono la notte,

splendidi padroni della notte…

 

Va verso le Terme di Caracalla,

eretto il busto, come sulle natie

chine appenniniche, fra tratturi

che sanno di bestia secolare e pie

ceneri di berberi paesi – già impuro

sotto il gaglioffo basco impolverato,

e le mani in saccoccia – il pastore

migrato

undicenne, e ora qui, malandrino e

giulivo

nel romano riso, caldo ancora

di salvia rossa, di fico e d’ulivo…

 

Va verso le Terme di Caracalla,

il vecchio padre di famiglia, disoccupato,

che il feroce Frascati ha ridotto

a una bestia cretina, a un beato,

con nello chassì i ferrivecchi

del suo corpo scassato, a pezzi,

 

rantolanti: i panni, un sacco,

che contiene una schiena un po’ gobba,

due cosce certo piene di croste,

i calzonacci che gli svolazzano sotto

le saccocce della giacca pese

di lordi cartocci. La faccia

ride: sotto le ganasce, gli ossi

masticano parole, scrocchiando:

parla da solo, poi si ferma,

e arrotola il vecchio mozzicone,

carcassa dove tutta la giovinezza,

resta, in fiore, come un focaraccio

dentro una còfana o un catino:

non muore chi non è mai nato.

Vanno verso le Terme di Caracalla

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Alla bandiera rossa

Per chi conosce solo il tuo colore,

bandiera rossa,

tu devi realmente esistere, perché lui

esista:

chi era coperto di croste è coperto di

piaghe,

il bracciante diventa mendicante,

il napoletano calabrese, il calabrese

africano,

l’analfabeta una bufala o un cane.

Chi conosceva appena il tuo colore,

bandiera rossa,

sta per non conoscerti più, neanche coi

sensi:

tu che già vanti tante glorie borghesi e

operaie,

ridiventa straccio, e il più povero ti

sventoli.

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Supplica a mia madre

E’ difficile dire con parole di figlio

ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

 

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,

ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

 

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:

è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

 

Sei insostituibile. Per questo è dannata

alla solitudine la vita che mi hai data.

 

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame

d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

 

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu

sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

 

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso

alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

 

Era l’unico modo per sentire la vita,

l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

 

Sopravviviamo: ed è la confusione

di una vita rinata fuori dalla ragione.

 

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.

Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

 

Alla mia nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico

ma nazione vivente, ma nazione europea:

e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,

governanti impiegati di agrari, prefetti codini,

avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,

funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,

una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!

Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci

pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,

tra case coloniali scrostate ormai come chiese.

Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,

proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.

E solo perché sei cattolica, non puoi pensare

che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

 

Mi alzo con le palpebre infuocate

Mi alzo con le palpebre infuocate.

La fanciullezza smorta nella barba

cresciuta nel sonno, nella carne

smagrita, si fissa con la luce

fusa nei miei occhi riarsi.

Finisco così nel buio incendio

di una giovinezza frastornata

dall’eternità; così mi brucio, è inutile

pensando – essere altrimenti, imporre

limiti al disordine: mi trascina

sempre più frusto, con un viso secco

nella sua infanzia, verso un quieto e folle

ordine, il peso del mio giorno perso

in mute ore di gaiezza, in muti

istanti di terrore…

 

Non è amore

Non è amore. Ma in che misura è mia

colpa il non fare dei miei affetti

Amore? Molta colpa, sia

pure, se potrei d’una pazza purezza,

d’una cieca pietà vivere giorno

per giorno… Dare scandalo di mitezza.

Ma la violenza in cui mi frastorno,

dei sensi, dell’intelletto, da anni,

era la sola strada. Intorno a me

alle origini c’era, degli inganni

istituiti, delle dovute illusioni,

solo la Lingua: che i primi affanni

di un bambino, le preumane passioni,

già impure, non esprimeva. E poi

quando adolescente nella nazione

conobbi altro che non fosse la gioia

del vivere infantile – in una patria

provinciale, ma per me assoluta, eroica

fu l’anarchia. Nella nuova e già grama

borghesia d’una provincia senza purezza,

il primo apparire dell’Europa

fu per me apprendistato all’uso più

puro dell’espressione, che la scarsezza

della fede d’una classe morente

risarcisse con la follia ed i tòpoi

dell’eleganza: fosse l’indecente

chiarezza d’una lingua che evidenzia

la volontà a non essere, incosciente,

e la cosciente volontà a sussistere

nel privilegio e nella libertà

che per Grazia appartengono allo stile.

 

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Pier Paolo Pasolini, le sue poesie più belle ultima modifica: 2017-11-02T09:10:25+00:00 da Salvatore Galeone

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