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2 giugno, le poesie più famose dedicate all’Italia

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Da sempre il tema della Patria ha infiammato gli animi dei poeti della letteratura italiana …

MILANO- Da sempre il tema della patria ha infiammato gli animi dei poeti, portando autori tra i più importanti della letteratura italiana a cimentarsi in componimenti che raccontassero l’amore per il proprio Paese – o il dolore per la condizione in cui questi versa. In occasione della Festa della Repubblica, vogliamo celebrare, più che la Repubblica, il tema dell’amore patrio nella poesia italiana. Ecco i componimenti più importanti degli autori più noti

ALL’ITALIA – Giacomo Leopardi 

O patria mia, vedo le mura e gli archi 
E le colonne e i simulacri e l’erme 
Torri degli avi nostri, 
Ma la la gloria non vedo, 
Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi 
I nostri padri antichi. Or fatta inerme 
Nuda la fronte e nudo il petto mostri, 
Oimè quante ferite, 
Che lívidor, che sangue! oh qual ti veggio, 
Formosissima donna! 
Io chiedo al cielo e al mondo: dite dite; 
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio, 
Che di catene ha carche ambe le braccia, 
Sì che sparte le chiome e senza velo 
Siede in terra negletta e sconsolata, 
Nascondendo la faccia 
Tra le ginocchia, e piange. 
Piangi, che ben hai donde, Italia mia, 
Le genti a vincer nata 
E nella fausta sorte e nella ria. 
Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive, 
Mai non potrebbe il pianto 
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno; 
Che fosti donna, or sei povera ancella. 
Chi di te parla o scrive, 
Che, rimembrando il tuo passato vanto, 
Non dica: già fu grande, or non è quella? 
Perchè, perchè? dov’è la forza antica? 
Dove l’armi e il valore e la costanza? 
Chi ti discinse il brando? 
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica 
0 qual tanta possanza, 
Valse a spogliarti il manto e l’auree bende? 
Come cadesti o quando 
Da tanta altezza in così basso loco? 
Nessun pugna per te? non ti difende 
Nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: io solo 
Combatterà, procomberò sol io. 
Dammi, o ciel, che sia foco 
Agl’italici petti il sangue mio. 
Dove sono i tuoi figli?. Odo suon d’armi 
E di carri e di voci e di timballi 
In estranie contrade 
Pugnano i tuoi figliuoli. 
Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi, 
Un fluttuar di fanti e di cavalli, 
E fumo e polve, e luccicar di spade 
Come tra nebbia lampi. 
Nè ti conforti e i tremebondi lumi 
Piegar non soffri al dubitoso evento? 
A che pugna in quei campi 
L’itata gioventude? 0 numi, o numi 
Pugnan per altra terra itali acciari. 
Oh misero colui che in guerra è spento, 
Non per li patrii lidi e per la pia 
Consorte e i figli cari, Ma da nemici altrui 
Per altra gente, e non può dir morendo 
Alma terra natia, 
La vita che mi desti ecco ti rendo. 
Oh venturose e care e benedette 
L’antiche età, che a morte 
Per la patria correan le genti a squadre 
E voi sempre onorate e gloriose, 
0 tessaliche strette, 
Dove la Persia e il fato assai men forte 
Fu di poch’alme franche e generose! 
lo credo che le piante e i sassi e l’onda 
E le montagne vostre al passeggere 
Con indistinta voce 
Narrin siccome tutta quella sponda 
Coprir le invitte schiere 
De’ corpi ch’alla Grecia eran devoti. 
Allor, vile e feroce, 
Serse per l’Ellesponto si fuggia, 
Fatto ludibrio agli ultimi nepoti; 
E sul colle d’Antela, ove morendo 
Si sottrasse da morte il santo stuolo, 
Simonide salia, 
Guardando l’etra e la marina e il suolo. 
E di lacrime sparso ambe le guance, 
E il petto ansante, e vacillante il piede, 
Toglicasi in man la lira: 
Beatissimi voi, 
Ch’offriste il petto alle nemiche lance 
Per amor di costei ch’al Sol vi diede; 
Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira 
Nell’armi e ne’ perigli 
Qual tanto amor le giovanette menti, 
Qual nell’acerbo fato amor vi trasse? 
Come si lieta, o figli, 
L’ora estrema vi parve, onde ridenti 
Correste al passo lacrimoso e, duro? 
Parea ch’a danza e non a morte andasse 
Ciascun de’ vostri, o a splendido convito: 
Ma v’attendea lo scuro 
Tartaro, e l’ond’a morta; 
Nè le spose vi foro o i figli accanto 
Quando su l’aspro lito 
Senza baci moriste e senza pianto. 
Ma non senza de’ Persi orrida pena 
Ed immortale angoscia. 
Come lion di tori entro una mandra 
Or salta a quello in tergo e sì gli scava 
Con le zanne la schiena, 
Or questo fianco addenta or quella coscia; 
Tal fra le Perse torme infuriava 
L’ira de’ greci petti e la virtute. 
Ve’ cavalli supini e cavalieri; 
Vedi intralciare ai vinti 
La fuga i carri e le tende cadute, 
E correr fra’ primieri 
Pallido e scapigliato esso tiranno; 
ve’ come infusi e tintí 
Del barbarico sangue i greci eroi, 
Cagione ai Persi d’infinito affanno, 
A poco a poco vinti dalle piaghe, 
L’un sopra l’altro cade. Oh viva, oh viva: 
Beatissimi voi 
Mentre nel mondo si favelli o scriva. 
Prima divelte, in mar precipitando, 
Spente nell’imo strideran le stelle, 
Che la memoria e il vostro 
Amor trascorra o scemi. 
La vostra tomba è un’ara; e qua mostrando 
Verran le madri ai parvoli le belle 
Orme dei vostro sangue. Ecco io mi prostro, 
0 benedetti, al suolo, 
E bacio questi sassi e queste zolle, 
Che fien lodate e chiare eternamente 
Dall’uno all’altro polo. 
Deh foss’io pur con voi qui sotto, e molle 
Fosse del sangue mio quest’alma terra. 
Che se il fato è diverso, e non consente 
Ch’io per la Grecia i mororibondi lumi 
Chiuda prostrato in guerra, 
Così la vereconda 
Fama del vostro vate appo i futuri 
Possa, volendo i numi, 
Tanto durar quanto la, vostra duri.

.

ITALIA MIA – Francesco Petrarca

Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo sí spesse veggio…

piacemi almen che ‘ miei sospir’ sian quali
spera ‘l Tevero et l’Arno,
e ‘l Po, dove doglioso et grave or seggio.
Rettor del cielo, io cheggio
che la pietà che Ti condusse in terra
Ti volga al Tuo dilecto almo paese.
Vedi, Segnor cortese,
di che lievi cagion’ che crudel guerra;
e i cor’, che ‘ndura et serra
Marte superbo et fero,
apri Tu, Padre, e ‘ntenerisci et snoda;
ivi fa che ‘l Tuo vero,
qual io mi sia, per la mia lingua s’oda.

Voi cui Fortuna à posto in mano il freno
de le belle contrade,
di che nulla pietà par che vi stringa,
che fan qui tante pellegrine spade?
perché ‘l verde terreno
del barbarico sangue si depinga?
Vano error vi lusinga:
poco vedete, et parvi veder molto,
ché ‘n cor venale amor cercate o fede.
Qual piú gente possede,
colui è piú da’ suoi nemici avolto.
O diluvio raccolto
di che deserti strani
per inondar i nostri dolci campi!
Se da le proprie mani
questo n’avene, or chi fia che ne scampi?

Ben provide Natura al nostro stato,
quando de l’Alpi schermo
pose fra noi et la tedesca rabbia;
ma ‘l desir cieco, e ‘ncontr’al suo ben fermo,
s’è poi tanto ingegnato,
ch’al corpo sano à procurato scabbia.
Or dentro ad una gabbia
fiere selvagge et mansüete gregge
s’annidan sí che sempre il miglior geme:
et è questo del seme,
per piú dolor, del popol senza legge,
al qual, come si legge,
Mario aperse sí ‘l fianco,
che memoria de l’opra ancho non langue,
quando assetato et stanco
non piú bevve del fiume acqua che sangue.

Cesare taccio che per ogni piaggia
fece l’erbe sanguigne
di lor vene, ove ‘l nostro ferro mise.
Or par, non so per che stelle maligne,
che ‘l cielo in odio n’aggia:
vostra mercé, cui tanto si commise.
Vostre voglie divise
guastan del mondo la piú bella parte.
Qual colpa, qual giudicio o qual destino
fastidire il vicino
povero, et le fortune afflicte et sparte
perseguire, e ‘n disparte
cercar gente et gradire,
che sparga ‘l sangue et venda l’alma a prezzo?
Io parlo per ver dire,
non per odio d’altrui, né per disprezzo.

Né v’accorgete anchor per tante prove
del bavarico inganno
ch’alzando il dito colla morte scherza?
Peggio è lo strazio, al mio parer, che ‘l danno;
ma ‘l vostro sangue piove
piú largamente, ch’altr’ira vi sferza.
Da la matina a terza
di voi pensate, et vederete come
tien caro altrui che tien sé cosí vile.
Latin sangue gentile,
sgombra da te queste dannose some;
non far idolo un nome
vano senza soggetto:
ché ‘l furor de lassú, gente ritrosa,
vincerne d’intellecto,
peccato è nostro, et non natural cosa.

Non è questo ‘l terren ch’i’ toccai pria?
Non è questo il mio nido
ove nudrito fui sí dolcemente?
Non è questa la patria in ch’io mi fido,
madre benigna et pia,
che copre l’un et l’altro mio parente?
Perdio, questo la mente
talor vi mova, et con pietà guardate
le lagrime del popol doloroso,
che sol da voi riposo
dopo Dio spera; et pur che voi mostriate
segno alcun di pietate,
vertú contra furore
prenderà l’arme, et fia ‘l combatter corto:
ché l’antiquo valore
ne gli italici cor’ non è anchor morto.

Signor’, mirate come ‘l tempo vola,
et sí come la vita
fugge, et la morte n’è sovra le spalle.
Voi siete or qui; pensate a la partita:
ché l’alma ignuda et sola
conven ch’arrive a quel dubbioso calle.
Al passar questa valle
piacciavi porre giú l’odio et lo sdegno,
vènti contrari a la vita serena;
et quel che ‘n altrui pena
tempo si spende, in qualche acto piú degno
o di mano o d’ingegno,
in qualche bella lode,
in qualche honesto studio si converta:
cosí qua giú si gode,
et la strada del ciel si trova aperta.

Canzone, io t’ammonisco
che tua ragion cortesemente dica,
perché fra gente altera ir ti convene,
et le voglie son piene
già de l’usanza pessima et antica,
del ver sempre nemica.
Proverai tua ventura
fra’ magnanimi pochi a chi ‘l ben piace.
Di’ lor: – Chi m’assicura?
I’ vo gridando: Pace, pace, pace.

.

1821 – Alessandro Manzoni

Soffermati sull’arida sponda

Vòlti i guardi al varcato Ticino,

Tutti assorti nel novo destino,

Certi in cor dell’antica virtù,

Han giurato: non fia che quest’onda

Scorra più tra due rive straniere;

Non fia loco ove sorgan barriere

Tra l’Italia e l’Italia, mai più!

 .

L’han giurato: altri forti a quel giuro

Rispondean da fraterne contrade,

Affilando nell’ombra le spade

Che or levate scintillano al sol.

Già le destre hanno strette le destre;

Già le sacre parole son porte;

O compagni sul letto di morte,

O fratelli su libero suol.

 .

Chi potrà della gemina Dora,

Della Bormida al Tanaro sposa,

Del Ticino e dell’Orba selvosa

Scerner l’onde confuse nel Po;

Chi stornargli del rapido Mella

E dell’Oglio le miste correnti,

Chi ritorgliergli i mille torrenti

Che la foce dell’Adda versò,

 

Quello ancora una gente risorta

Potrà scindere in volghi spregiati,

E a ritroso degli anni e dei fati,

Risospingerla ai prischi dolor;

Una gente che libera tutta

O fia serva tra l’Alpe ed il mare;

Una d’arme, di lingua, d’altare,

Di memorie, di sangue e di cor.

 

Con quel volto sfidato e dimesso,

Con quel guardo atterrato ed incerto

Con che stassi un mendico sofferto

Per mercede nel suolo stranier,

Star doveva in sua terra il Lombardo:

L’altrui voglia era legge per lui;

Il suo fato un segreto d’altrui;

La sua parte servire e tacer.

 

O stranieri, nel proprio retaggio

Torna Italia e il suo suolo riprende;

O stranieri, strappate le tende

Da una terra che madre non v’è.

Non vedete che tutta si scote,

Dal Cenisio alla balza di Scilla?

Non sentite che infida vacilla

Sotto il peso de’ barbari piè?

 

O stranieri! sui vostri stendardi

Sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;

Un giudizio da voi proferito

V’accompagna a l’iniqua tenzon;

Voi che a stormo gridaste in quei giorni:

Dio rigetta la forza straniera;

Ogni gente sia libera e pèra

Della spada l’iniqua ragion.

 

Se la terra ove oppressi gemeste

Preme i corpi de’ vostri oppressori,

Se la faccia d’estranei signori

Tanto amara vi parve in quei dì;

Chi v’ha detto che sterile, eterno

Saria il lutto dell’itale genti?

Chi v’ha detto che ai nostri lamenti

Saria sordo quel Dio che v’udì?

 

Sì, quel Dio che nell’onda vermiglia

Chiuse il rio che inseguiva Israele,

Quel che in pugno alla maschia Giaele

Pose il maglio ed il colpo guidò;

Quel che è Padre di tutte le genti,

Che non disse al Germano giammai:

Va’, raccogli ove arato non hai;

Spiega l’ugne; l’Italia ti do.

 

Cara Italia! dovunque il dolente

Grido uscì del tuo lungo servaggio;

Dove ancor dell’umano lignaggio

Ogni speme deserta non è:

Dove già libertade è fiorita,

Dove ancor nel segreto matura,

Dove ha lacrime un’alta sventura,

Non c’è cor che non batta per te.

 

Quante volte sull’alpe spïasti

L’apparir d’un amico stendardo!

Quante volte intendesti lo sguardo

Ne’ deserti del duplice mar!

Ecco alfin dal tuo seno sboccati,

Stretti intorno ai tuoi santi colori,

Forti, armati dei propri dolori,

I tuoi figli son sorti a pugnar.

 

Oggi, o forti, sui volti baleni

Il furor delle menti segrete:

Per l’Italia si pugna, vincete!

Il suo fato sui brandi vi sta.

O risorta per voi la vedremo

Al convito dei popoli assisa,

O più serva, più vil, più derisa

Sotto l’orrida verga starà.

 

Oh giornate del nostro riscatto!

Oh dolente per sempre colui

Che da lunge, dal labbro d’altrui,

Come un uomo straniero, le udrà!

Che a’ suoi figli narrandole un giorno,

Dovrà dir sospirando: «io non c’era»;

Che la santa vittrice bandiera

Salutata quel dì non avrà.

.

ITALIA – Giuseppe Ungaretti

Sono un poeta

un grido unanime

sono un grumo di sogni

 

Sono un frutto

d’innumerevoli contrasti d’innesti

maturato in una serra

 

Ma il tuo popolo è portato

dalla stessa terra

che mi porta

Italia

 

E in questa uniforme

di tuo soldato

mi riposo

come fosse la culla

di mio padre

.

ALL’ARMI! ALL’ARMI! – Giovanni Berchet 

Su, Figli d’Italia! su, in armi! coraggio!
Il suolo qui è nostro: del nostro retaggio
il turpe mercato finisce pei re.
Un popol diviso per sette destini,
in sette spezzato da sette confini, 
si fonde in un solo, pia servo non è. 
Su, Italia, su, in armi! Venuto è il tuo dì!
Dei re congiurati la tresca finì!
Dall’Alpi allo Stretto fratelli siam tutti!
Su i limiti schiusi, sui troni distrutti
piantiamo i comuni tre nostri color!
Il verde, la speme tant’anni pasciuta;
il rosso, la gioia d’averla compiuta; 
il bianco, la fede fraterna d’amor.

 

Su, Italia, su, in armi! Venuto è il tuo dì!
Dei re congiurati la tresca finì!

 

Gli orgogli minuti via tutti all’obblio!

La gloria è de’ forti. Su, forti, per Dio,

Dall’Alpi allo Stretto, da questo a quel mar!

Deposte le gare d’un secol disfatto,

Confusi in un nome, legati a un sol patto,

Sommessi a noi soli giuriam di restar.

 

Su, Italia, su, in armi! Venuto è il tuo dì!
Dei re congiurati la tresca finì!

 

Su, Italia novella! su, libera ed una!

Mal abbia chi a vasta, secura fortuna

L’angustia prepone d’anguste città!

Sien tutte le fide d’un solo stendardo!

Su, tutti da tutte! Mal abbia il codardo,

L’inetto che sogna parzial libertà!

 

Su, Italia, su, in armi! Venuto è il tuo dì!
Dei re congiurati la tresca finì!
Voi chiusi ne’ borghi, voi sparsi alla villa,
udite le trombe, sentite la squilla
che all’armi vi chiama dal vostro Comun!
Fratelli, a’ fratelli correte in aiuto!
Gridate al tedesco che guarda sparuto:
L’Italia è concorde: non serve a nessun!

.

PIEMONTE – Giosuè Carducci
Su le dentate scintillanti vette 
salta il camoscio, tuona la valanga 
da’ ghiacci immani rotolando per le 
selve croscianti :

ma da i silenzi de l’effuso azzurro
esce nel sole l’aquila, e distende
in tarde ruote digradanti il nero
volo solenne.

Salve, Piemonte! A te con melodia 
mesta da lungi risonante, come 
gli epici canti del tuo popol bravo,
scendono i fiumi.

Scendono pieni, rapidi, gagliardi, 
come i tuoi cento battaglioni, e a valle
cercan le deste a ragionar di gloria
ville e cittadi:

la vecchia Aosta di cesaree mura
ammantellata, che nel varco alpino
èleva sopra i barbari manieri 
l’arco d’Augusto:

Ivrea la bella che le rosse torri 
specchia sognando a la cerulea Dora
nel largo seno, fosca intorno è l’ombra
di re Arduino:

Biella tra ‘I monte e il verdeggiar de’ piani 
lieta guardante l’ubere convalle,
ch’armi ed aratri e a l’opera fumanti
camini ostenta:

Cuneo possente e pazïente, e al vago
declivio il dolce Mondoví ridente,
e l’esultante di castella e vigne
suol d’Aleramo;

e da Superga nel festante coro 
de le grandi Alpi la regal Torino
incoronata di vittoria, ed Asti
repubblicana.

Fiera di strage gotica e de l’ira
di Federico, dal sonante fiume
ella, o Piemonte, ti donava il carme
novo d’Alfieri.

Venne quel grande, come il grande augello
ond’ebbe nome, e a l’umile paese 
sopra volando, fulvo, irrequïeto,
– Italia, Italia –

egli gridava a’ dissueti orecchi,
a i pigri cuori, a gli animi giacenti. 
– Italia, Italia – rispondeano l’urne
d’Arquà e Ravenna:

e sotto il volo scricchiolaron l’ossa 
sé ricercanti lungo il cimitero
de la fatal penisola a vestirsi
d’ira e di ferro.

– Italia, Italia! – E il popolo de’ morti
surse cantando a chiedere la guerra;
e un re a la morte nel pallor del viso
sacro e nel cuore

trasse la spada. Oh anno de’ portenti,
oh primavera de la patria, oh giorni,
ultimi giorni del fiorente maggio,
oh trionfante

suon de la prima italica vittoria
che mi percosse il cuor fanciullo! Ond’io,
vate d’Italia a la stagion più bella,
in grige chiome

oggi ti canto, o re de’ miei verd’anni, 
re per tant’anni bestemmiato e pianto, 
che via passasti con la spada in pugno
ed il cilicio

al cristian petto, italo Amleto. Sotto
il ferro e il fuoco del Piemonte, sotto
di Cuneo ‘I nerbo e l’impeto d’Aosta
sparve il nemico.

Languido il tuon de l’ultimo cannone
dietro la fuga austrïaca moría: 
il re a cavallo discendeva contra
il sol cadente:

a gli accorrenti cavalieri in mezzo, 
di fumo e polve e di vittoria allegri,
trasse, ed, un foglio dispiegato, disse
resa Peschiera.

Oh qual da i petti, memori de gli avi, 
alte ondeggiando le sabaude insegne,
surse fremente un solo grido: Viva
il re d’Italia!

Arse di gloria, rossa nel tramonto.
I’ampia distesa del lombardo piano;
palpitò il lago di Virgilio, come
velo di sposa

che s’apre al bacio del promesso amore:
pallido, dritto su l’arcione, immoto,
gli occhi fissava il re: vedeva l’ombra
del Trocadero.

E lo aspettava la brumal Novara
e a’ tristi errori mèta ultima Oporto.
Oh sola e cheta in mezzo de’ castagni
villa del Douro,

che in faccia il grande Atlantico sonante
a i lati ha il fiume fresco di camelie,
e albergò ne la indifferente calma
tanto dolore!

Sfaceasi; e nel crepuscolo de i sensi
tra le due vite al re davanti corse
una miranda visïon: di Nizza
il marinaro

biondo che dal Gianicolo spronava
contro l’oltraggio gallico : d’intorno
splendeagli, fiamma di piropo al sole,
I’italo sangue.

Su gli occhi spenti scese al re una stilla,
lenta errò l’ombra d’un sorriso. Allora
venne da l’alto un vol di spirti, e cinse
del re la morte.

Innanzi a tutti, o nobile Piemonte,
quei che a Sfacteria dorme e in Alessandria
diè a l’aure primo il tricolor, Santorre
di Santarosa.

E tutti insieme a Dio scortaron l’alma 
di Carl’Alberto. – Eccoti il re, Signore, 
che ne disperse, il re che ne percosse. 
Ora, o Signore,

anch’egli è morto, come noi morimmo,
Dio, per l’Italia. Rendine la patria.
A i morti, a i vivi, pe ‘I fumante sangue
da tutt’i campi,

per il dolore che le regge agguaglia
a le capanne, per la gloria, Dio,
che fu ne gli anni, pe ‘I martirio, Dio,
che è ne l’ora,

a quella polve eroïca fremente,
a questa luce angelica esultante,
rendi la patria, Dio; rendi l’Italia
a gl’italiani.

.

 

2 giugno, le poesie più famose dedicate all’Italia ultima modifica: 2018-06-02T08:59:00+00:00 da francesca

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