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Perché “Blowin’ in the wind” di Bob Dylan è da considerarsi poesia

Perché "Blowin' in the wind" di Bob Dylan è da considerarsi poesia

Siamo nel 1963: gli Stati Uniti sono in guerra e Dylan scrive una canzone, una poesia, che parla dei diritti civili e degli orrori della guerra…

MILANO – Bob Dylan ha vinto il Premio Nobel per la letteratura 2016. Nonostante la sua prima candidatura al Nobel risalga al 1996, in pochi hanno pensato che potesse vincere, data la concorrenza di penne quali quelle di Philip Roth, Haruki Murakami, Don Delillo e Adonis. Eppure ha vinto, come hanno fatto in passato i suoi connazionali Saul Bellow, John Steinbeck, Ernest Hemingway e Toni Morrison, la cui vittoria risale al 1993. E’ interessante notare che il prestigioso premio internazionale è stato consegnato a un musicista “pop”. Significativa è la motivazione con cui è stato annunciato il vincitore: “Ha creato nuove espressioni poetiche nella tradizione della canzone americana”.
NUOVE ESPRESSIONI POETICHE – Che Bob Dylan fosse un poeta, credo che nessuno possa metterlo in dubbio. Certo, non scrive con una struttura metrica ben definitiva e con le rime bene ordinate come ci hanno insegnato a scuola, questo è vero, però credo che siamo tutti d’accordo sul fatto che la poesia non vada ridotta a qualche schema fisso. E comunque, di artifici retorici ne usa molti, il cantautore americano. Prendiamo per esempio la celebre “Blowin’ in the wind”. Siamo nel 1963: gli Stati Uniti sono in guerra e Bob Dylan scrive una canzone, una poesia, che parla dei diritti civili e degli orrori della guerra. Il brano è costruito su una serie di domande, le cui risposte, come recita il titolo, volano nel vento. Sembra osservare tutto dall’alto, Bob Dylan. Parla della guerra ma non accusa nessuno, piuttosto denuncia la situazione drammatica e disperata di persone che non troveranno mai la pace.
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DOMANDE CHE VOLANO AL VENTO – Dylan si chiede quante strade debba percorrere un uomo prima di poter essere considerato un uomo, quante spiagge debba vedere una colomba prima di potersi riposare nella sabbia e quante volte debbano volare le palle di cannone prima che vengano cancellate. Tra anafore, metafore e parallelismi, il cantautore fa un ampio uso di figure retoriche più tradizionali, con l’originale capacità di mantenere un tono tranquillo e pacato, anche se parla di tematiche crude e violente, come la morte e la guerra, capacità che per certi versi lo accomuna al suo concorrente al Premio Nobel Haruki Murakami.
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“THE ANSWER, MY FRIEND” – Nel ritornello, che segue ognuna delle tre strofe, si rivolge all’ascoltatore (o al lettore) chiamandolo “amico mio”, e con tono fraterno cerca di dirgli una cosa molto semplice: tutto si muove e cambia e l’unico modo che ha l’uomo per sopravvivere è assecondare questi cambiamenti, che sono imprevedibili come il vento. Le risposte alle domande formulate sono tante e differenti, ma sono parole e le parole sono mutevoli e fugaci come il vento che non possiamo controllare. Tante sono, prendendo per esempio una sola canzone, le espressioni poetiche delle canzoni di Bob Dylan. Forse la sua vittoria del Nobel spingerà qualcuno ad analizzarle in modo più sistematico. Intanto noi continuiamo ad ascoltarle, come abbiamo sempre fatto, e a chiederci quante bombe dovranno riempire il cielo prima che le guerre finiscano. Prima o poi riusciremo ad acciuffare le risposte.
Dario Boemia
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Perché “Blowin’ in the wind” di Bob Dylan è da considerarsi poesia ultima modifica: 2016-10-13T16:11:48+00:00 da dario

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