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John Niven, “Far piangere è più facile che far ridere”

John Niven, "Far piangere è più facile che far ridere"

Perché è importante ridere? Perché ci sono meno libri comici rispetto a qualche anno fa? Ne abbiamo parlato con John Niven…

TORINO – Perché è importante ridere? I romanzi di oggi sanno ancora farci ridere? Perché ci sono meno libri comici rispetto a qualche anno fa? Abbiamo parlato di questo e di molto altro insieme allo scrittore scozzese John Niven, che alla 30esima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino ha presentato il suo ultimo romanzo, “Le solite sospette” (Einaudi). Protagonista della storia è Susan che quando si ritrova vedova e con la casa pignorata, insieme ad alcune amiche, decide di fare una rapina. Il colpo va a buon fine e col ricavato la banda delle “cattive ragazze” tenta di raggiungere la Costa Azzurra.

 

Mostrare la realtà da un punto di vista inusuale e sorprendere il lettore, è questo che fa un buon romanzo? È questo ciò che cerca di fare da “A volte ritorno” a “Le solite sospette”?

Sì, cerco di fare entrambe le cose, certamente. Ma c’è molta confunsione sul tema. Solitamente non parto da un ampio progetto quando comincio a scrivere una nuovo libro ma da una piccola situazione, da una piccola idea e provo a vedere se riesco a ricavarne una storia.

Al giorno d’oggi la popolazione è sempre più vecchia e c’è la necessità di dare un senso e un significato alla parte finale della vita, che è sempre più lunga. “Le solite sospette” tenta in qualche modo di dare una risposta a questa questione?

È una buona domanda. Le protagoniste del mio romanzo hanno sessant’anni ma avere sessant’anni oggi e avere sessat’anni all’epoca in cui io ero giovane non sono la stessa cosa. Quando io ero giovane chi aveva sessant’anni era veramente vecchio, mentre oggi se hai sessant’anni sei cresciuto ascoltando il punk-rock, i sessantenni di oggi sono i quarantenni di una volta, si sentono più giovani in generale, come dimostra il modo in cui parlano.

Ci sono degli autori che hanno ispirato i suoi romanzi?

Sono tanti. Amo molto John Updike, è un immenso scrittore secondo me. Amo molto gli ultimi due volumi della tetralogia del coniglio, “Sei ricco, Coniglio” e “Riposa Coniglio“. Pensi che una volta ho ripreso in mano uno dei suoi libri mentre stavo scrivendo una mia storia e mi sono sentito una nullità. È una cosa che non farò mai più. Altri autori che mi piacciono molto sono Martis Amis, Stephen King, Nabokov, John Irving. Amo poi rileggere i libri che mi piacciono. Tornando ad Updike, una volta in aereo e stavo leggendo uno dei suoi libri. A un certo punto ridevo così forte che una hostess mi ha detto di calmarmi, di darmi un contegno.

Mi pare che negli ultimi anni si scrivano meno libri comici. Cosa ne pensa?

Ha ragione, e la stessa cosa vale per il cinema. Sì, perché far piangere è più facile che far ridere. Credo che sia bisogno di più romanzi comici. Con la Brexit e l’elezione di Trump l’umanità ha dimostrato di essere tanto stupida che forse una delle poche cose che ci rimangono sono la rabbia e il bisogno di ridere. Nella vita il senso dell’umorismo, in fin dei conti, è fondamentale. Come fai a crescere dei figli senza avere senso dell’umorismo? Prendiamo Trump, basta leggere quello che scrive per capire che non ha senso dell’umorismo.

 

 

John Niven, “Far piangere è più facile che far ridere” ultima modifica: 2017-05-27T09:04:33+00:00 da francesca

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