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Giuseppina Torregrossa, “Il mio libro per riflettere sul femminicidio”

Giuseppina Torregrossa, "Il mio libro per riflettere sul femminicidio"

Intervista all’autrice del libro “Il basilico di Palazzo Galletti”, una storia guizzante e sensuale, con punte di humour, che vede protagonista una donna nel passaggio dalla giovinezza alla maturità…

MILANO – “La violenza di genere purtroppo è ancora un tema di attualità. Fortemente legata alla società patriarcale, il femminicidio negli ultimi anni ha movimentato la nostra cronaca. Mi muove la speranza che il racconto possa servire a educare, a prevenire.” E’ quanto affermato dalla scrittrice Giuseppina Torregrossa, autrice del libro “Il basilico di Palazzo Galletti“, una storia  guizzante e sensuale, con punte di humour, che vede protagonista una donna nel cruciale passaggio dalla giovinezza alla maturità.

 

Come è nata la sua nuova storia? Da dove ha preso ispirazione, soprattutto nella creazione della forte protagonista femminile, Marò?

Marò, quando l’ho pensata, doveva essere una comprimaria. Sasà, il suo compagno, facente funzioni commissario, era nella mia testa l’eroe perfetto. Scorbutico, rigido, spericolato. Di poliziotti di quel tipo però ce n’era già abbastanza. Marò invece portava delle novità. Innanzitutto la supremazia dell’intuito e del corpo sulla ragione.  Lei usa i sensi nella vita e nella professione. Ha una forte resilienza e, come la maggior parte delle donne, vive di contraddizioni; quest’ultimo aspetto della sua personalità mi ha permesso di non rinunciare all’indagine psicologica dei personaggi. Marò è soprattutto un essere umano; mentre i commissari spesso interpretano ruoli. La nuova indagine nasce da un caso di nera, ma poi svirgola e se ne va in un’altra direzione, con la complicità di una città, Palermo, scenario perfetto per delitti e storie d’amore.

 

Marò si occupa di femminicidi a Palermo: nel trattare questo tema all’interno del suo romanzo, quanto si è ispirata alla cronaca di questi anni?

La violenza di genere purtroppo è ancora un tema di attualità. Fortemente legata alla società patriarcale, il femminicidio negli ultimi anni ha movimentato la nostra cronaca. Palermo, da questo punto di vista, non è più violenta delle altre città e tuttavia sì, sono stata ispirata dalla cronaca. D’altra parte chi scrive attinge a piene mani dalla realtà. Mi muove la speranza che il racconto possa servire a educare, a prevenire.

 

Lei ha lavorato per molti anni come ginecologa, in che modo la sua esperienza lavorativa si riflette oggi nella sua scrittura e nei suoi romanzi?

Tratteggiare un personaggio è un po’ come scrivere la sua cartella clinica. In ambulatorio si parte dall’anamnesi patologica (storia delle malattie ereditarie, della prima infanzia e dell’età adulta) per valutare lo stato di salute del paziente; nel romanzo si parte dalla famiglia, da disfunzioni e conflitti per delinearne il carattere e la sua evoluzione. Il corpo poi esprime le emozioni e i sentimenti con sintomi precisi. Mi piace raccontare di un polso alterato dalla fame, di un respiro bloccato dall’amore, di una pressione che si alza per la rabbia.  Fino ad arrivare alle descrizione delle patologie rare, come lo xeroderma pigmentoso di cui soffre la protagonista del mio ultimo romanzo. La pelle di Giulia Arcuri, priva di difese, non tollera la luce del giorno; ovvio che la ragazza abbia comportamenti anomali e una psicologia contorta.

 

Secondo lei, quali sono gli scrittori (a parte lei!) che hanno saputo raccontare meglio la Sicilia, e perché?

Sciascia il più lucido; superbo esempio di verità e crudezza. Tomasi interprete mirabile della decadenza siciliana; De Roberto con “I Viceré”, un’elegante rappresentazione del fallimento.  Goliarda Sapienza scrittrice libera e appassionata che ci racconta vizi e virtù della donna siciliana.

 

Spesso non ci sono vie di mezzi nel parlare della Sicilia: o paradiso per turisti, o regione piagata dalla corruzione e dalla mafia. Invece, secondo lei quali sono le cose che i non-siciliani dovrebbero capire di questa terra, oltre a ciò che arriva dalle solite narrazioni stereotipate?

La cosa più importante: la mafia ai siciliani non piace, contrariamente al pregiudizio che ci vuole tutti mafiosi nei desideri, nella cultura, nei comportamenti. La nostra è una terra bellissima che amiamo, a dispetto delle apparenze. Una terra dotata di energia primitiva che ci sovrasta e al tempo ci rende forti. Siamo orgogliosi e irriducibili, ma non mafiosi, anche se in Sicilia è nata la mafia. Prigionieri di uno stereotipo difficile da contrastare, perché è quello che spesso i turisti vengono a cercare, sperano di incontrare. Non per niente ci sono stati anche i “mafia tour” per chi desiderava  brividi a buon mercato.

 

Quali sono i suoi progetti futuri? Scriverà un altro romanzo con protagonista Marò?

Ho un progetto segreto, che coltivo da anni e che spero di concludere al più presto, ma preferirei non parlarne. Certo che racconterò ancora di Marò, ha ancora tanta strada da fare. Chissà che un giorno, al netto delle sue vicende personali, non la troviamo a capo sella polizia, ruolo storicamente coperto solo da uomini. Marò è capace di grandi slanci e sono sicura che mi/ci riserverà delle sorprese.

 

photocredits: Arturo Safina

Giuseppina Torregrossa, “Il mio libro per riflettere sul femminicidio” ultima modifica: 2018-07-29T09:16:32+00:00 da Salvatore Galeone

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