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Giovanni Pascoli, le poesie più celebri

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Giovanni Pascoli è considerato, insieme a Gabriele D’Annunzio, il più importante poeta decadente italiano. Ecco le sue poesie più celebri …

MILANO – Giovanni Pascoli è considerato, insieme a Gabriele D’Annunzio, il più importante poeta decadente italiano. Nelle sue opere possiamo riscontrare una concezione intima e interiore del sentimento poetico, orientato alla valorizzazione del particolare e del quotidiano e al recupero di una dimensione infantile e quasi primitiva. Per ricordarlo, in occasione dell’anniversario della sua nascita, abbiamo raccolto le sue poesie più famose.

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L’assiuolo

 

E s’aprono i fiori notturni,

nell’ora che penso ai miei cari.

Sono apparse in mezzo ai viburni

le farfalle crepuscolari.

 

Da un pezzo si tacquero i gridi

là sola una casa bisbiglia.

Sotto l’ali dormono i nidi,

come gli occhi sotto le ciglia.

 

Dai calici aperti si esala

l’odore di fragole rosse.

Splende un lume là nella sala.

Nasce l’erba sopra le fosse.

 

Un’ape tardiva sussurra

trovando già prese le celle.

La Chioccetta per l’aia azzurra

va col suo pigolio di stelle.

 

Per tutta la notte s’esala

l’odore che passa col vento.

Passa il lume su per la scala;

brilla al primo piano: s’è spento…

 

è l’alba: si chiudono i petali

un poco gualciti; si cova,

dentro l’urna molle e segreta,

non so che felicità nuova.

.

 

Il gelsomino notturno

 

E s’aprono i fiori notturni,

nell’ora che penso ai miei cari.

Sono apparse in mezzo ai viburni

le farfalle crepuscolari.

 

Da un pezzo si tacquero i gridi

là sola una casa bisbiglia.

Sotto l’ali dormono i nidi,

come gli occhi sotto le ciglia.

 

Dai calici aperti si esala

l’odore di fragole rosse.

Splende un lume là nella sala.

Nasce l’erba sopra le fosse.

 

Un’ape tardiva sussurra

trovando già prese le celle.

La Chioccetta per l’aia azzurra

va col suo pigolio di stelle.

 

Per tutta la notte s’esala

l’odore che passa col vento.

Passa il lume su per la scala;

brilla al primo piano: s’è spento…

 

è l’alba: si chiudono i petali

un poco gualciti; si cova,

dentro l’urna molle e segreta,

non so che felicità nuova.

.

 

Il lampo

 

E cielo e terra si mostrò qual era:

 

la terra ansante, livida, in sussulto;

il cielo ingombro, tragico, disfatto:

bianca bianca nel tacito tumulto

una casa apparì sparì d’un tratto;

come un occhio, che, largo, esterrefatto,

s’aprì si chiuse, nella notte nera.

.

 

Sogno

 

Per un attimo fui nel mio villaggio,

nella mia casa. Nulla era mutato

Stanco tornavo, come da un vïaggio;

stanco, al mio padre, ai morti, ero tornato.

 

Sentivo una gran gioia, una gran pena;

una dolcezza ed un’angoscia muta.

– Mamma?-È là che ti scalda un po’ di cena-

Povera mamma! e lei, non l’ho veduta.

.

 

Di lassù

 

La lodola perduta nell’aurora

si spazia, e di lassù canta alla villa,

che un fil di fumo qua e là vapora;

 

di lassù largamente bruni farsi

i solchi mira quella sua pupilla

lontana, e i bianchi bovi a coppie sparsi.

 

Qualche zolla nel campo umido e nero

luccica al sole, netta come specchio:

fa il villano mannelle in suo pensiero,

e il canto del cuculo ha nell’orecchio.

.

 

X agosto

 

San Lorenzo, io lo so perché tanto

di stelle per l’aria tranquilla

arde e cade, perché sì gran pianto

nel concavo cielo sfavilla.

 

Ritornava una rondine al tetto:

l’uccisero: cadde tra spini:

ella aveva nel becco un insetto:

la cena de’ suoi rondinini.

 

Ora è là, come in croce, che tende

quel verme a quel cielo lontano;

e il suo nido è nell’ombra, che attende,

che pigola sempre più piano.

 

Anche un uomo tornava al suo nido:

l’uccisero: disse: Perdono;

e restò negli aperti occhi un grido:

portava due bambole in dono…

 

Ora là, nella casa romita,

lo aspettano, aspettano in vano:

egli immobile, attonito, addita

le bambole al cielo lontano.

 

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi

sereni, infinito, immortale,

oh! d’un pianto di stelle lo inondi

quest’atomo opaco del Male!

.

 

La gatta

 

Era una gatta, assai trita, e non era

d’alcuno, e, vecchia, aveva un suo gattino.

Ora, una notte, (su per il camino

s’ingolfava e rombava la bufera)

 

trassemi all’uscio il suon d’una preghiera,

e lei vidi e il suo figlio a lei vicino.

Mi spinse ella, in un dolce atto, il meschino

tra’ piedi; e sparve nella notte nera.

 

Che notte nera, piena di dolore!

Pianti e singulti e risa pazze e tetri

urli portava dai deserti il vento.

 

E la pioggia cadea, vasto fragore,

sferzando i muri e scoppiettando ai vetri.

Facea le fusa il piccolo, contento.

.

 

Maria

 

Ti splende su l’umile testa

la sera d’autunno, Maria!

Ti vedo sorridere mesta

tra i tocchi d’un’Avemaria:

sorride il tuo gracile viso;

né trova, il tuo dolce sorriso,

nessuno:

così, con quelli occhi che nuovi

si fissano in ciò che tu trovi

per via; che nessuno ti sa;

quelli occhi sì puri e sì grandi,

coi quali perdoni, e domandi

pietà:

quelli occhi sì grandi, sì buoni,

sì pii, che da quando li apristi,

ne diedero dolci perdoni!

ne sparsero lagrime tristi!

quelli occhi cui nulla mai diede

nessuno, cui nulla mai chiede

nessuno!

quelli occhi che toccano appena

le cose! due poveri a cena

dal ricco, ignorati dai più;

due umili in fondo alla mensa,

due ospiti a cui non si pensa

già più!

.

 

Il brivido

 

Mi scosse, e mi corse

le vene il ribrezzo.

Passata m’è forse

rasente, col rezzo

dell’ombra sua nera,

la morte. . .

Com’era?

Veduta vanita,

com’ombra di mosca:

ma ombra infinita,

di nuvola fosca

che tutto fa sera:

la morte. . .

Com’era?

Tremenda e veloce

come un uragano

che senza una voce

dilegua via vano:

silenzio e bufera:

la morte. . .

Com’era?

Chi vede lei, serra

nè apre più gli occhi.

Lo metton sotterra

che niuno lo tocchi,

gli chieda – Com’era?

rispondi. . .

com’era? –

.

 

Giovanni Pascoli, le poesie più celebri ultima modifica: 2016-12-31T09:58:59+00:00 da Salvatore Galeone

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