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Enrico Brizzi, “La crisi ci ha permesso di riscoprire la montagna”

Enrico Brizzi, "La crisi ci ha permesso di riscoprire la montagna"

L’intervista a Enrico Brizzi, presidente della giuria del Premio ITAS dal 2013, nonché autore di numerosi libri e grande amante delle alte vette…

TRENTO –  Il Premio ITAS del Libro di Montagna, nato a Trento nel 1971 e finora tenutosi una volta ogni due anni, cambia cadenza, diventando annuale. Sicuramente un successo dovuto in buona parte all’operato di Enrico Brizzi, presidente della giuria del Premio ITAS dal 2013, nonché autore di numerosi libri – tra i quali il cult “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” – e grande amante delle alte vette. Lo abbiamo intervistato a Trento, in occasione della serata conclusiva di questa edizione del Premio ITAS.

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L’edizione si è conclusa. Come l’hai vissuta?

Quest’anno i vincitori in un certo senso si sono autoimposti. Nella narrativa Cognetti è arrivato con una forza davvero dirompente. Sembrava il libro scritto per vincere il Premio ITAS del Libro di Montagna. Ci sono stati altri bei libri di narrativa, come quello di Nicolussi Golo e quello di Marco Albino Ferrari, però quello di Cognetti è talmente centrato, è talmente scritto con maestria che la decisione è stata presa all’unanimità, cosa che non si era mai verificata nelle edizioni precedenti.

E per quanto riguarda i libri di Diego Leoni e Margi Preus?

Io personalmente sono un appassionato di storie del nostro paese e ho trovato “La guerra verticale” un libro grandioso. È un testo che ha il merito di dare voce da un lato ai documenti ufficiali dello Stato Maggiore italiano e dello Stato Maggiore austroungarico, dall’altro entra nella microstoria con le memorie della ragazzina adolescente al primo amore che si trova separata da tutto ciò che ha conosciuto fino a quel momento. Leoni racconta un mondo che è stato lacerato, una guerra combattuta tra comunità che interagivano quotidianamente tra loro fino a un momento prima dello scoppio del conflitto. Insomma, quello di Leoni è un libro che tiene insieme un’analisi molto lucida della grande storia con la microstoria che da Jacques Le Goff in poi è diventata la narrazione autentica delle storie dell’umanità. Per quanto riguarda Margi Preus e il suo romanzo, per la seconda volta consecutiva il Premio ITAS, dopo Sofia Gallo, si trova a premiare un libro che ha il merito di raccontare le vite dei più giovani durante la guerra, parlando dei popoli europei che si sono trovati il tallone dell’occupazione nazista, in particolare i norvegesi. E quindi è un libro che secondo me ha un valore etico per i ragazzi. In un’epoca in cui sembra che i ragazzi non debbano scegliere niente che non sia attinente alla loro condizione privata, Margi Preus mette in scena giovani che hanno dovuto fare delle scelte importanti.

Perché si scrivono più libri di montagna? È una cultura che si è diffusa o è un bisogno nuovo che è sorto?

Secondo me entrambe le cose. Dopo anni di prosperità l’Italia, come tutti i paesi evoluti, sta sperimentando una crisi economica che ha tra i suoi vantaggi quello di mettere ognuno di noi di fronte alla scelta di quelle che sono le cose essenziali. In quest’ambito, c’è più attenzione alla forma fisica, più attenzione per il divertimento consapevole. Rispetto ad anni in cui molti avevano i soldi per andare al cinema più volte alla settimana, oggi magari le scelte si prendono con più raziocinio: ci pensi di più prima di comprare un libro, prima di vedere un film al cinema. Più in generale, c’è più attenzione al rapporto con la terra: c’è tanta gente in più che va a correre, tanta gente in più che va a camminare, c’è tanta gente in più che pedala. Questo fa sì che in un paese come il nostro ci sia anche più interesse per la montagna, perché la montagna, che occupa gran parte del territorio italiano, in epoca di boom economico è sempre stata la categoria povera, il territorio da cui la gente andava via per scendere in città e andare a lavorare lì. Oggi avviene il contrario, come Cognetti racconta bene.

È la crisi della città?

Sì, è la crisi della città e la crisi dell’opulenza, che ci riporta verso domande ed esigenze più legate alla nostra essenzialità. In questo modo la montagna viene percepita, più o meno da tutti, come uno spazio di libertà e uno spazio in cui si può stare non per forza come ci si stava nei film di Natale degli anni ’80, tipo “Natale a Cortina”. Io ho iniziato ad andare in montagna in maniera molto semplice, perché non avevo i soldi per andare in discoteca. Credo che oggi molti facciano sostanzialmente la stessa cosa. Non avevo soldi per andare in discoteca né per andare a un concerto ma avevo cinquemila lire da mettere nella Vespa. Io e chi veniva con me ci regalavamo un weekend a poco prezzo, che era un weekend di avventura, di conoscenza, di divertimento.

Un’abitudine che si sta diffondendo?

Sì, secondo me oggi molte famiglie italiane stanno facendo più o meno la stessa cosa. Infatti c’è molta più gente rispetto al passato che non frequenta la montagna solo d’inverno, quando sei sostanzialmente schiavo degli impianti di risalita. Molte persone stanno scoprendo la dimensione estiva della montagna. Per passione sono molto attento al mondo del trekking e vedo che ci si stanno avvicinando molti che fino a ieri non sapevano nemmeno che cosa fosse. Per me è molto bello che rispetto a una volta ci siano tanti bambini che hanno il loro zainetto, la loro borraccia e i loro scarponcini e abbiano la possibilità di imparare da piccoli a muoversi in montagna e di fare esperienze che potranno tornare loro utili da grandi. Se non impari in giovane età è difficile che ti sorga poi il desiderio di imparare da grande.

Come la lettura.

Esattamente come la lettura.

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Enrico Brizzi, “La crisi ci ha permesso di riscoprire la montagna” ultima modifica: 2017-05-11T11:28:35+00:00 da francesca

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