Arte

Piero della Francesca, prospettiva e luminosità

Piero della Francesca, prospettiva e luminosità

Oggi il mondo dell’arte ricorda la scomparsa di Piero della Francesca. Considerato “monarca della pittura” Piero fu un grande sperimentatore…

MILANO – Piero di Benedetto de’ Franceschi, noto comunemente come Piero della Francesca, è stato un pittore e matematico italiano. Tra le personalità più emblematiche del Rinascimento italiano, diede vita ad una pittura spaziosa, monumentale e impassibilmente razionale in cui l’assoluto rigore matematico delle creazioni contribuisce ad esaltare la qualità astratta ed iconica dell’opera, conferendo ai suoi capolavori una potente valenza sacrale.

GLI INIZI – Non ci sono notizie sulla sua vita e quindi non si sa a che tipo di studi abbia seguito, ma dato il periodo storico si suppone che Piero della Francesca, conoscesse bene le tecniche pittoriche usate dai pittori del suo tempo e dei Maestri del Trecento. Piero nacque a Sansepolcro (che allora si chiamava “Borgo San Sepolcro”) in un anno imprecisato tra il 1406 e il 1416 in una famiglia di commercianti e tintori. Si formò a Firenze insieme a Domenico Veneziano con il quale collaborò per gli affreschi perduti del coro di S. Egidio a Firenze. Le prime opere, collocabili anteriormente al 1450, ci mostrano il carattere dell’artista: struttura prospettica rigorosissima, perfezione dei volumi geometrici, rappresentazione di figure grandiose immerse in un’atmosfera dalla luminosità diffusa, sottile quasi astratta che mantiene i personaggi come sospesi nel tempo.

GLI INCARICHI NELLE VARIE CORTI ITALIANE – Negli anni quaranta Piero soggiornò in varie corti italiane: Urbino, Ferrara e probabilmente Bologna, realizzando affreschi che sono andati completamente perduti.. Nel 1442 Piero risultava nuovamente abitante a Borgo Sansepolcro dove era uno dei “consiglieri popolari” nel consiglio comunale. L’11 gennaio 1445 ricevette dalla locale Confraternita della Misericordia la commissione di un polittico per l’altare della loro chiesa: il contratto prevedeva il compimento dell’opera in tre anni, in realtà il pittore, conteso dalle corti più ricche, colte e raffinate d’Italia, ne impiega quindici. A partire dal quinto decennio del Quattrocento la carriera di Piero si svolse alternando soggiorni presso le principali corti dell’Italia centro-settentrionale e nella città natale. Nel 1451 Piero della Francesca è alla corte di Rimini, dove, nel già famoso Tempio Malatestiano, realizza all’affresco votivo col ritratto di Sigismondo Malatesta.

STORIE DELLA VERA CROCE – Nel 1452 fu chiamato a sostituire Bicci di Lorenzo, defunto, nella decorazione murale della Cappella Maggiore di San Francesco ad Arezzo, dove affrescò le celebri Storie della Vera Croce. Le Storie della Vera Croce, affrescate in tre registri sovraspposti sulle alte pareti, lo occuperanno in una prima fase fino alla fine degli anni cinquanta, quando Piero si trasferì temporaneamente a Roma (1459), invitato dal papa umanista Pio II Piccolomini per dipingere a fresco alcune scene nei palazzi vaticani, distrutte cinquant’anni più tardi per far posto agli affreschi di Raffaello nelle celebri Stanze. Tra le opere più importanti del pittore c’è la tavoletta rappresentante la Flagellazione eseguita negli anni tra il 1455 e il 1460 a Urbino.

A URBINO, LE OPERE PIÙ CELEBRI – Nel corso degli anni sessanta e settanta Piero della Francesca lavora spesso alla corte di Urbino per il duca Federigo di Montefeltro, per il quale lavorano altri pittori come Francesco Laurana, Donato Bramante, Luca Pacioli, Paolo Uccello, Melozzo da Forlì e dai fiamminghi Pedro Berruguete e Giusto di Gand. In questa particolare atmosfera realizza alcune delle sue opere più celebri: il dittico con i ritratti dei duchi, Federigo e la moglie Battista Sforza, la celebre Flagellazione, nonché la Sacra Conversazione per la chiesa di San BernardinO, con il celebre ritratto in armatura del duca Federigo.

ULTIMI ANNI – Dal 1475 in poi la attività di Piero della Francesca sembra arrestarsi. Tra le ultime opere ricordiamo la Madonna di Senigalliadel 1470 e la Sacra conversazionedi Brera del 1472-74. Divenuto cieco nei suoi anni estremi, Piero della Francesca si spense a Borgo San Sepolcro il 12 ottobre del 1492. Poco dopo la morte, la sua opera venne dimenticata. Solo verso la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento con la nuova correnti dei pittori “Pre-Raffaeliti” storici ed estimatore dell’arte riscoprirono Piero della Francesca.

Piero della Francesca, prospettiva e luminosità ultima modifica: 2017-10-12T09:22:09+00:00 da Tiziana Iannuzzi

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